Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio della Categoria 'serendipity'

5 Marzo 2007

Non mi piacciono i cuochi d’artificio

mostri.jpgSono alcune delle creazioni di tal Kuniko Maeda, designer giapponese che, sostengono i suoi estimatori, "vuol farci riflettere sulle abitudini legate al cibo" e mettere in luce relazioni finora solo implicite "attraverso la provocazione dello stupore".  Le qui presenti facce sarebbero "cultural look", ovvero ingredienti della cucina olandese su visi giapponesi e viceversa. Così recita la didascalia impressa suul sito del sopracitato Kuniko Maeda, che riporta estemporanee creazioni relative ad abiti ed accessori e soprattutto mirabilia a base di cibo, tipo la tovaglia fatta con un patchwork di fette di bresaola e sottilette; accurati studi sui colori che il pane da toast produce quando secca e ammuffisce; tappeti persiani a base di olive, cubetti di formaggio e rondelle di wurstel. Dice che il suo è un lavoro frutto dell’incrocio e della contaminazione reciproca fra cibo, moda, nutrimento. Mah. Tenderei a considerare tutto questo come il parto di un cuoco d’artificio: un’esplosione sorprendente e colorata, davvero, ma che svanisce in un lampo così com’è arrivata, lasciando semmai un po’ di puzza di fumo. Di arrosto, qui, neanche a parlarne.
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24 Febbraio 2007

Dedicato a chi non sa mangiare gli spaghetti

radiografia.jpgNon bisogna mangiare gli spaghetti con il cucchiaio: bisogna invece arrotolarli con la forchetta. Questa operazione, per noi elementare, non riesce bene agli stranieri: e la radiografia mostra le conseguenze.  E’ capitato ad una donna di Sidney, in Australia. Per toglierle il cucchiaio dall’esofago i medici hanno trafficato per un ora e mezzo.
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22 Gennaio 2007

Contro la volgarità del brodo allungato

Vi rendete conto di come maltrattano ingiustamente il brodo? Mi è venuto in mente leggendo notizie assolutamente scollegate che hanno in comune un modo di dire, "allungare il brodo", applicato nella fattispecie alle lauree, ai telefilm, alle trattative fra governo e sindacati. Al brodo viene assegnata una connotazione negativa: diventa un liquido che può subire un numero imprecisato di aggiunte d’acqua prima di perdere definitivamente le sue caratteristiche.  Chi parla così si è mai chiesto quanti modi ci sono di fare un brodo, e a quante sfumature di sapore essi possono corerispondere? C’è l’esecrabile brodo di dado perlopiù a base di glutammato. C’è il brodo di carne (ovvero a scelta di pollo, manzo, testina, cappone); il brodo di pesce, con o senza vino bianco, con o senza altri aromi; il brodo di verdure, con o senza soffritto iniziale.  Il brodo profumato come la pentola che la mamma teneva sul fuoco in eterna lenta ebollizione alla vigilia delle feste grandi. Altro che qualcosa di spregiativamente allungabile: il brodo, quello vero, è un mito.
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1 Gennaio 2007

Vada a quel paese il “socialmente richiesto”

Mi sono imbattuta in rete in una di quelle elucubrazioni mentali che personalmente evito come la peste. Un tale si chiede nientepopodimeno che sul Washington Post: bisogna negarsi il dessert perchè la magrezza è socialmente richiesta? Oppure bisogna mangiarlo perchè è altrettanto socialmente richiesto gradire qualcosa di dolce a fine pasto?

Ecco, credo che il punto sia questo: mandare a quel paese il socialmente richiesto in materia alimentare, per sè e per i propri figli. Il corpo sa regolarsi: basta ascoltarlo, basta imparare, ed insegnare, ad ascoltarlo. Detesto i genitori che decidono quanto cibo devono mangiare i bambini, e che non lasciano loro la libertà di rifiutare un sapore che li disgusta, sia esso quello dei fagioli o del formaggio. Detesto le maestre che, alla mensa scolastica, applicano questi stessi principi chiamandoli  "educazione alimentare". Ho ancora un conto in sospeso con la maestra che forzò mia figlia, allora piccolina, a mangiare le carote che la schifavano: e lei, giustamente, glie le vomitò seduta stante sui piedi.

Questo non significa crescere i figli in regime di anarchia alimentare: ci sono pranzo e cena, ci sono colazione e merenda. I fuoripasto ogni tanto ci possono stare, ma come strappi alla regola. Hai fame? Mangi. Non hai fame? Quando ti verrà, mangerai. Non ti piacciono gli spinaci? Vabbè, non prenderli. Cerca di metterti nel piatto porzioni moderate e poi, se ti senti, serviti ancora, un po’ per volta, finchè non ti basta. Impara ad annusare con discrezione il cibo, impara a riconoscere la presenza di additivi, aromatizzanti, conservanti: se ti accorgi che ci sono (e si sentono, eccome se si sentono!), cerca di evitare.

Se imparano questo, i bambini magari gradiscono una merendina industriale, ma ben difficilmente  la seconda e, se possono scegliere, danno la preferenza ad altro. Non si è mai visto un bambino che, avendo cibo a disposizione, sia morto volontariamente di fame. I problemi vengono in seguito, se non ha imparato ad ascoltare il proprio corpo, se gli adulti gli hanno costruito sul cibo delle sovrastrutture che nascondono le due coppie di opposti fondamentali e istintivi:  fame-sazietà, buono-disgustoso.

Manderei al rogo le dietiste che salgono in cattedra per corsi scolastici durante i quali  sviscerano la piramide alimentare  ma non insegnano a riconoscere l’odiosa presenza del glutammato nella maggioranza dei piatti pronti in vendita al supermercato, e il fetido aroma di nitriti e nitrati che ti resta in bocca quando mangi un insaccato ripieno di conservanti. Sono una piaga dell’umanità le mense scolastiche per come le ho conosciute io attraverso mia figlia, e gli zelanti parenti convinti che i bambini a tavola debbano essere forzati a mangiare tutto e di più. Il mio tempo è passato, contro queste cose ho già combattuto: non è stata una battaglia facile, ma, insomma, ce l’ho fatta. E’ tempo di passare la mia filosofia a chi è più giovane di me.
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22 Dicembre 2006

Dalla parte del capitone

Io sto dalla parte del capitone che in migliaia e migliaia di cucine, in questi giorni, viene inseguito, abbrancato, accoltellato. La tradizione lo esige in tavola, anche se, mi pare, ultimamente sta andando un po’ fuori moda,  vuoi per la pena, vuoi per il ribrezzo di quella coda che ancora si muove mentre frigge nell’olio. Sto dalla parte del capitone, dicevo, e gli auguro une felice fuga fuori dalla finestra come nella scena più famosa del "Natale in casa Cupiello".  Ma che la cosa si fermi lì: un Natale come quello dei Cupiello non lo voglio per nessuno.
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18 Dicembre 2006

Mangiare tutto, tranne la foglia

A proposito di cibo e redazioni di giornali. C’è una sordida, meschina sottospecie di noi pennaioli: i freelance che farebbero di tutto per andare alle conferenze stampa cui "Seguirà buffet". E dunque mai mi basterà il fiato per lodare il collega che al telefono, con voce assolutamente professionale, inviò il collaboratore appartenente alla già citata sottospecie ad una fantomatica conferenza stampa per il lancio della Toma di Bossolasco Alto, comprensiva di un tour alla scoperta di nuovi sapori delle vecchie Langhe e di viaggio in pullman, con partenda da Torino, piazza Solferino, alle 6,45 di una domenica mattina. Il collega dettò anche il numero di telefono cui l’affamato freelance avrebbe dovuto confermare la partecipazione. A quel numero non rispondeva nessuno, e il freelance coscienzioso si sentì in dovere di avvertire il redattore: "Non ti preoccupare: vado direttamente al pullman  in piazza Solferino". La tentazione era forte, ma la respinsi. In quell’alba domenicale non volli neanche andare a vedere il ghiottone che quella volta neanche la foglia era riuscito a mangiare.
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17 Dicembre 2006

Rastorina, chi era costei?

Credo di aver già scritto in questo blog che di professione sono giornaliista. Lavoro in una piccola redazione in cui, a forza di registrare omicidi, arresti e imbecillità della pubblica amministrazione, siamo tutti più o meno affetti da una sorta di sindrome del burn out. E comunque noi giornalisti, abituati a trasformare in notizie le più varie disgrazie umane, anche se siamo (e molti di noi lo sono) persone di cuore, quando siamo seduti dietro le nostre scrivanie teniamo una iena appollaiata sulla spalla destra, e un avvoltoio su quella sinistra.

Tutto questo per contestualizzare uno scherzo gastronomico che un mio disgraziatissimo collega ha fatto a un collaboratore di primo pelo, un giovincello incapace di realizzare che non sempre gli umani, e e comunque non tutti, sono mossi da nobili intenzioni.

Ordunque. Questo giovincello, come si usa oggi, per necessità svolge decine di lavori insieme, e oltre a scrivere occasionalmente articoli ha fatto uno stage presso una piccola ma blasonata azienda alimentare.Saputolo, il mio disgraziato collega si attacca all’email e gli scrive: Ah, le rastorine come le faceva mia nonna! Dolci o salate, fragranti di forno, con quel profumo che solo l’amore di una donna sa dare al cibo. Eccetera eccetera, con diversificate e toccanti variazioni sul tema. E infine: Ma solo quella piccola azienda dove ora sei tu produce ancora le rastorine. Ti sarò infinitamente grato se me ne procurerai qualche confezione.

Mica l’ha mandato a quel paese, il giovane collaboratore intriso di buonismo. Anzi: Rastorine? Mai sentite, ma aspetta che vado a chiedere ai vecchi dell’azienda, ha risposto. E poi, vinto ma non domo: Possibile?, ha scritto ancora, qui nessuno sa niente, ma domani cercherò il titolare e poi ti saprò dire.

Non ha mai capito, il tapino, che le rastorine erano state inventate a suo esclusivo uso e consumo. Ma per dare corpo e consistenza allo scherzo, un altro disgraziatissimo collega ha chiesto alla compagna di inventarsi la ricetta, e di metterla on line. Le rastorine sono qui, da molti collaudate e per quattro pagine di forum culinario commentate.

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30 Agosto 2006

La catena di montaggio del pasto fai-da-te

Rimango basita tutte le volte che esploro le abitudini alimentari degli americani. Stavolta è oggetto del mio inorridito stupore una roba che si chiama "Meals in Thyme", e che è in funzione da ottobre a Cape Girardeau e a Springfield, nel Missouri. Rappresenta il "questo-l’-ho-cucinato-con-le-mie-mani" portato al grado supremo della finzione.
Funziona così. Si ordinano via internet  6 o 12 menu per 2, 4 o 6 persone da un ricettario che cambia ogni mese. Contestualmente, si prende un appuntamento con il locale. Ti faranno trovare gli ingredienti già pesati, le istruzioni per assemblarl sul posto (ti forniscono anche i coltelli), i contenitori impiliabili da freezer per portarti a casa il tutto e le etichette con le istruzioni di cottura. Se sai leggere sai anche cucinare,  è il loro motto. A parte il risparmio (12 menu per 6 persone costano 199 dollari), trovo che l’unica differenza rispetto all’approvvigionamento presso la rosticceria sotto casa sia la seccatura di dover prendere un ennesimo appuntamento in aggiunta a quelli del lavoro, col dentista e col parrucchiere.
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21 Agosto 2006

I Sofficini Fintus

Dopo il McDonald’s tarocco in Kurdistan dell’altro giorno, Gianna mi propone un fake della Coca Cola che si chiama Zam Zam Cola. Io posso ribattere con la Mecca Cola

zam zam cola.jpg mecca cola.jpg

ma arretro di fronte alla sua completa collezione di parodie del marchio di un’altra bibita gasata, il Dr Pepper. Però ho trovato un tarocco che più tarocco non si può. Un Chianti autenticamente Tarocco, perchè quello è proprio il suo nome:

fanculo.jpg

E aspetto sempre che qualcuno si decida a creare il non plus ultra: i Sofficini Fintus.
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2 Agosto 2006

Non toccatemi le nonne

Ci sono anche i nonni fra le 10 nuove cause dell’obesità individuate da un gruppo di ricercatori dell’Alabama. Fanno ingrassare i condizionatori d’aria che ci impediscono di bruciare calorie per mantenere la temperatura corporea, l’abitudine di dormire poco, la crisi economica che spinge a comprare meno frutta e verdura, visti i prezzi da gioielleria. Eccetera eccetera, compresi i nonni grassi.
Mi oppongo, e spezzo una lancia a favore almeno delle nonne, perlopiù portatrici di una silhouette non proprio a grissino.
Solo sulla tavola delle nonne i figli di genitori sempre più stritolati dagli orari e dal lavoro possono trovare qualcosa di diverso dalle buste che passano direttamente dal freezer al microonde. Dai fornelli delle nonne arrivano sapori destinati a rimanere impressi per tutta la vita, inimitabili per definizione, buoni comunque, a prescindere dall’eventuale futura necessità di portare una taglia in più di pantaloni. Ormai dalle nonne, e non più dalle madri frettolose, i bambini imparano che i cibi possono esserre preparati con amore e per amore, e che in questo caso la mano della cuoca lascia un’impronta inimitabile.
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