Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio della Categoria 'mostre/mostri'

15 Gennaio 2007

Un artista ridotto (letteralmente) in polpette

Una delle leggi non scritte in vigore da una quarantina d’anni dice che è maleducato e di cattivo gusto parlare male delle provocazioni artistiche. Ma io stasera lo faccio lo stesso: mai vista una cosa così trash. A  Santiago del Cile, inaugurando una sua mostra Marco Evaristti ha offerto polpette confezionate con il suo grasso, estratto tramite liposuzione. E comunque Evaristti le sue polpette (mai aggettivo fu più appropriato) le ha messe anche sul suo sito, nonchè in vendita. L’autore delle polpette dice che non si è cannibali se si mangia arte, e che in sostanza vuol far riflettere su uno dei grandi tabù. Sarà. A me viene in mente solo il libro Free karma food, dove è tratteggiato un  mondo dal quale cui le colpe e le violenze degli uomini hanno fatto sparire gli animali da macello: e allora i ricchi mangiano carne umana, i poveri carne di cane e di gatto, talvolta condita, se possono concedersi una leccornia, da grasso umano ottenuto con la liposuzione. Chissà se Evaristti ha letto questo libro. Probabilmente no: neanche dalla sua recensione delle sue polpette trapela un cenno.
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28 Giugno 2006

La trippa elevata a scultura

trippa.gif E’ trasformabile in mutande e reggiseni d’arte la materia prima che, previa bollitura, alla Vucciria di Palermo si vende come street food di poco prezzo sotto il nome di quarume. Per creare le sue parures di biancheria intima Chicco Margaroli usa intestino e stomaco di vitello, e per inciso il Chicco in questione è una donna, ma neppure il suo sito internet spiega perchè abbia un nome da uomo. La trippa elevata a scultura ha fatto tappa a Venezia e ora è a Chieri (Torino), per una mostra intitolata "T’intimo".
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18 Marzo 2006

La fetida ambivalenza del cibo

Cavoli. Buoni, i cavoli verza come li faceva la mia mamma: da sognarseli di notte. Li riduceva a striscioline sottili sottili come tagliatelle, e li faceva struggere all’infinito su un soffritto di cipolle, con un po’ di conserva, zucchero, aceto e salciccia. Erano irresistibili, ma passati i trent’anni anche una sola forchettata dei cavoli di mia mamma poi me la sognavo di notte. Inequivocabile segno di stress gastrico inespugnabile per un comune Alka Seltzer. Fetida ambivalenza del cibo: ti scalda e ti nutre, veicola tutto il possibile amore del mondo e come l’amore ti fa anche star male.
Mi pare che ci sia tutto questo (compresi i cavoli verza della mia mamma) in “Planet Food”, mostra con surreali panorami di cibo colorati in digitale. Autore, Daniele Camaioni. In corso a Milano, presso Bel Art Gallery, fino al 23 marzo.

L’immagine: Daniele Camaioni, “The wall”, 2005, stampa digitale su vinile, cm 114×152
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6 Febbraio 2006

Il bello dello sport

Sotto le tute da sci e sotto i caschi, il corpo degli atleti è asciutto, muscoloso, scolpito come le statue di 20-25 secoli fa che saranno esposte a Torino nella mostra "Eroi ed atleti" (1, 2) per le Olimpiadi della Cultura, parallele a quelle che si disputeranno sulle piste. Proprio lo studio dei corpi degli atleti guidò lo scultore Policleto all’elaborazione del concetto di bellezza concretizzato nella statua del Doriforo, di cui è esposta una copia. Solo che 20-25 secoli fa gli atleti mangiavano come tutti (olive, formaggio, pane, carne, e all’occorrenza si dopavano ingerendo lucertole) e vigeva il principio della kalokagathia, una sorta di qualità totale: l’essere buono (valoroso, ben nato, ben educato) era inseparabile dall’essere bello.
Oggi cosa mangiano gli atleti per essere così belli? Se cerchi lumi digitando su Google "dieta atleti Olimpiadi 2006" non arriva, almeno nelle prime 30 pagine, assolutamente nulla di illuminante, salvo una dichiarazione del responsabile tecnico del salto con gli sci: più si è leggeri più si va lontano, dice in sostanza, quindi molti saltatori si accontentano di un’insalata e di una crostata di frutta, e si sono verificati (ma non in Italia) anche casi di anoressia. Sta di fatto che sul sito della Nazionale olimpica la scheda di ciascun atleta, oltre a statura, data di nascita e palmares, contempla la voce "Peso". ‘Sti campioni mangiano quel che dice il dietologo (e, va da sè, non fumano e non bevono): fanno cioè quello che tutti dovremmo fare per avere un bel corpo statuario. Però la qualità totale connessa alla bellezza di cui parlavano gli antichi si è ridotta oggi ad una sola virtù: potersi mettere (o togliere) il costume da bagno.
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31 Gennaio 2006

Spilli e cioccolato


Manuela Carraro, "Sarò buona", 2005, tecnica mista (cioccolato, seta, spilli), cm 130×60x45

Seta, spilli, cioccolato e una promessa: "Sarò buona". Voglio proprio fare un salto ad Aosta, per la mostra "Le immagini affamate. Donne e cibo nell’arte". Ci sono tele del Cinque e Seicento: donne dipinte da uomini mentre preparano o vendono cibi, e cibi (solari nature morte con frutta) dipinti dalle rare donne pittrici. Soprattutto, ci sono opere del XX e XXI secolo di artiste donne in cui il cibo diventa espressione di disagio: come il "Sarò buona" qui sopra. Davvero voglio fare un salto ad Aosta: ho tempo fino al 7 maggio.
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24 Dicembre 2005

L’imperatore lecca-lecca

L’ho tenuta per stasera, la mia filippica contro l’imperatore Federico II versione lecca-lecca, perché vorrei belluinamente stritolarlo fra i molari come un pezzo di torrone. Un Federico II di zucchero, insieme ad analoghe sedicenti opere d’arte, contribuisce a “interiorizzare lo spazio e la storia” in una mostra in corso a Castel del Monte, splendida architettura volgarizzata sul retro della moneta da un centesimo (1, 2, 3, 4), la cui vuota assoluta purissima simmetria è per l’occasione riempita, oltre che dalla summenzionata statua in zucchero, da fluire di acque marine, video, foto, mezze croci di neon et similia. Il tutto costituisce una Signora Mostra, di quelle che, se le guardi o ne leggi, non osi nemmeno esplicitare a te stesso un punto interrogativo muto e perplesso, per non rischiare la figura del cretino anche se in fondo in fondo al cuore tanto cretino non ti senti.
I Critici d’Arte non se la piglino con me: c’è sempre di peggio. A cominciare da chi sarebbe già famoso senza bisogno di dire che il suo bis-bis-bis-nonno era Gran Scopatore alla corte di Federico II, eppure se ne vanta in tv.
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20 Dicembre 2005

Le scarpe nel piatto

Prendete 60 scarpe ed affidatele ad altrettanti cuochi affinché le ornino con fagioli, spaghetti, chicchi di caffè e affini. Poi collocate ogni scarpa su un piatto, e servite il tutto in una mostra. Sta capitando, e non solo: ne trarranno anche un libro, con le foto delle scarpe alternate a ricette. Lo venderanno, e la metà del ricavato andrà alla ricerca contro il cancro al seno.
Vedano un po’ loro. Secondo me, chi può spendere per siffatto libro, i soldi per la ricerca (e non solo per quella) dovrebbe darli gratis: non certo in cambio del piacere di rimirare, comodamente seduto in poltrona, l’immagine di una scarpa artisticamente sorretta da una scatoletta di tonno.
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5 Dicembre 2005

La pattumiera del castello

Gli archeologi fanno un mestiere sporco. Infatti vanno in brodo di giuggiole tutte le volte che trovano una discarica d’epoca, e la scavano con entusiasta diligenza perché lì, e soltanto lì dentro, ci sono le informazioni su cosa si mangiava e cosa si usava tutti i giorni. Così sono stati studiati e trasformati in una mostra i secoli d’immondizia accumulatisi dentro l’enorme torre-pattumiera del castello di Moncalieri (Torino), che fu residenza più o meno saltuaria dei regnanti di casa Savoia. Lì dentro c’era spazzatura proveniente direttamente dalla cucina, prodotta fra il XIV e il XVII secolo. Gli archeologi ne hanno tratto tegami bucati, stoviglie in frantumi, cocci di piatti, di bottiglie e di bicchieri. Ogni minuscolo frammento vegetale è stato identificato: dalla foglia di platano al guscio di nocciola. Per il resto, se ne può dedurre che i Savoia davvero erano davvero una dinastia di rozzi montanari. Altro che raffinati banchetti a base di cacciagione, il cibo per eccellenza dei nobili! Quelli mangiavano carne di capra, pecora e maiale, e il loro castello è l’unico posto in Europa, per quanto ne so, dove sono state rinvenute ossa di cane, datate XIV secolo, che recano segni di macellazione.

P.S. La mostra è allestita all’interno del castello, ed è aperta solo il sabato, giorno in cui il resto del castello è chiuso. Non chiedetemi il perché, e soprattutto non fidatevi degli orari sul sito della Soprintendenza.
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16 Ottobre 2005

La mela marcia

Questione di gusti, ma non è che io apprezzi particolarmente il Caravaggio, al quale è intitolata una mostra inaugurata ieri a Milano. Non lo apprezzo, salvo per un importantissimo dettaglio: la mela marcia nella Cena di Emmaus, uno dei quadri esposti. Sul tavolo della locanda al quale il Cristo Risorto cena in incognito con due discepoli c’è in primo piano un cesto di frutta, nel quale spicca una mela che, a ben guardare, è butterata dal baco: neanche i più puri cultori del biologico ad oltranza la vorrebbero, così minata dalla putredine e dalla morte. Quella mela riassume un secolo, il Seicento allora appena iniziato, nel quale il pensiero dell’inevitabile morte era parte quotidiana della vita, e la rendeva più piena e consapevole. Noi, scacciando il pensiero, non immaginiamo neanche quel che ci perdiamo. E così al supermercato evitiamo come la peste una mela appena un po’ tocca.
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