Un artista ridotto (letteralmente) in polpette
Una delle leggi non scritte in vigore da una quarantina d’anni dice che è maleducato e di cattivo gusto parlare male delle provocazioni artistiche. Ma io stasera lo faccio lo stesso: mai vista una cosa così trash. A Santiago del Cile, inaugurando una sua mostra Marco Evaristti ha offerto polpette confezionate con il suo grasso, estratto tramite liposuzione. E comunque Evaristti le sue polpette (mai aggettivo fu più appropriato) le ha messe anche sul suo sito, nonchè in vendita. L’autore delle polpette dice che non si è cannibali se si mangia arte, e che in sostanza vuol far riflettere su uno dei grandi tabù. Sarà. A me viene in mente solo il libro Free karma food, dove è tratteggiato un mondo dal quale cui le colpe e le violenze degli uomini hanno fatto sparire gli animali da macello: e allora i ricchi mangiano carne umana, i poveri carne di cane e di gatto, talvolta condita, se possono concedersi una leccornia, da grasso umano ottenuto con la liposuzione. Chissà se Evaristti ha letto questo libro. Probabilmente no: neanche dalla sua recensione delle sue polpette trapela un cenno.
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E’ trasformabile in mutande e reggiseni d’arte la materia prima che, previa bollitura, alla Vucciria di Palermo si vende come street food di poco prezzo sotto il nome di quarume. Per creare le sue parures di biancheria intima
Cavoli. Buoni, i cavoli verza come li faceva la mia mamma: da sognarseli di notte. Li riduceva a striscioline sottili sottili come tagliatelle, e li faceva struggere all’infinito su un soffritto di cipolle, con un po’ di conserva, zucchero, aceto e salciccia. Erano irresistibili, ma passati i trent’anni anche una sola forchettata dei cavoli di mia mamma poi me la sognavo di notte. Inequivocabile segno di stress gastrico inespugnabile per un comune Alka Seltzer. Fetida ambivalenza del cibo: ti scalda e ti nutre, veicola tutto il possibile amore del mondo e come l’amore ti fa anche star male.


