Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio della Categoria 'freschi (o quasi) di stampa'

9 Luglio 2006

Cucinare avanzi di galera

Cucinare senza posate di acciaio, senza coltelli e senza frigo, usando un fornelletto da campeggio messo in bagno. In carcere il vitto è quel che è, e praticamente tutto è vietato salvo cucinare con quello che ti mandano da casa (se qualcuno te lo manda) o con quello che si trova al negozio interno, se lo puoi comprare. Le ricette dei detenuti erano un cd, poi sono diventate un libro ("Avanzi di galera. Le ricette della cucina in carcere",  a cura dell’ Associazione Il Due, introduzione di Renato Vallanzasca, editore Guido Tommasi) e ora hanno vinto il premio di letteratura enogastronomica "Minori, Costa d’Amalfi".
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5 Luglio 2006

Il brodo storicamente inteso

Le stagioni non sono più quelle di una volta, si suol dire. E neanche i brodi vegetali. La differenza è data da tutto quello che, negli ultimi 60-70 anni, è caduto dalla storia nella pentola. Il brodo vegetale d’antan doveva contribuire a sfamare corpi robusti e vite brevi fatte di fatica fisica. Oggi, che siano sani o malati, i nostri corpi sono medicalizzati e quanto più possibile magri, e le principali fatiche quotidiane sono trovare posteggio e pigiare su una tastiera.
E’ curioso confrontare il brodo che si usava fra le due guerre con una ricetta fresca di stampa. Il punto di partenza è il già citato "Ricette di Petronilla", volumetto ingiallito che ho ereditato da mia nonna (edizioni Olivini, Milano, senza data: una rarità bibliografica, pare); la versione moderna è quella di "Le regioni in pentola e l’arte del mangiar sano", ricette tradizionali reinterpretate da Allan Bay e Patrizia Bollo. Recita il sottotitolo: "Un aiuto per controllare il diabete e prevenire l’obesità" (Editoriale Fernando Follini).
Orbene, Petronilla cominciava il suo brodo vegetale rosolando in un cucchiaio di olio e uno di burro mezza cipolla tritata e le verdure più aromatiche (sedano, carote…). Aggiungeva l’acqua, tutti i possibili ortaggi di stagione e, dopo mezz’oretta, anche la pasta o il riso, così da ottenere la minestra, piatto principale della giornata.
Nell’era culinaria contemporanea, il brodo vegetale di Bay e Bollo non serve per fare la minestra: è diventato una "base" da usare al posto dei grassi per stufare le carni e le verdure impiegate in altre preparazioni. E il brodo si fa a sua volta senza grasso alcuno. Le verdure  vanno corredate da gran copia di aromi, tradizionali e non: aglio, alloro, chiodi di garofano, zenzero, alga kombu… Bisogna impiegare acqua oligominerale, per evitare di trovare nel brodo il calcare sciolto nell’acqua del rubinetto. Sobbollire, filtrare, imbottigliare, etichettare e conservare in freezer. Tirare fuori, ad esempio, al momento di preparare il gulash (in versione senza strutto nè patate) o gli ossibuchi alla milanese, depurati del burro, del vino bianco e soprattutto del midollo, che secondo la ricetta di Petronilla era il boccone migliore.
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22 Maggio 2006

Non di solo cane…

Alta cucina per cani e umani, 51 ricette create dal blasonato chef Bruno Barbieri adatte sia al piatto sia alla ciotola. Ebbene sì, questo libro esiste. L’ho scoperto sabato, quando sono andata dal veterinario: e a scanso di equivoci è bene precisare che ci ho portato, per la vaccinazione periodica, l’avanzo di canile municipale diventato, grazie a mia figlia, stabile e beneamato inquilino di casa. Da tempo è inutilmente a dieta: ma non è colpa sua se la natura l’ha creato mortadella e gli ha dato quattro turaccioli per zampe.
Così, ridendo e scherzando, il veterinario mi ha resa edotta dell’esistenza di “Mangiare da cani”, il libro con salutari ed equilibrate ricette da piatto e da ciotola corredate da tempi di preparazione, grado di difficoltà ed eleganti foto a colori. Contempla cose come: insalata di verza e piccione arrosto, spinaci saltati con scaloppe di quaglia, rombo con pappa al pomodoro, minestra di farro con bocconcini di rana pescatrice e salsiccia. Non me ne voglia il cane: se mai cucinerò piccione, quaglia, rombo e rana pescatrice, ritengo più giusto metterli sulla mia tavola, e non nella sua ciotola.
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12 Aprile 2006

L’Ultima Cena di Trimalcione

Non sembri blasfemo o irriverente il titolo di questo mio post. Anzi. Non sono esattamente un topo di sacrestia (di biblioteca, semmai), però trovo affascinante l’ipotesi che il Satyricon di Petronio, e soprattutto la famosa Cena di Trimalcione, siano una parodia dell’ultima parte del Vangelo di Marco. La datazione più comunemente accettata per il Vangelo di Marco è attorno al 70-80 D.C., e quella del Satyricon attorno al 65 D.C. Sarebbe dunque nel Satyricon la prima allusione a Gesù, e oltretutto provenienti da fonti non cristiane.

Tutta la cena offerta da Trimalcione, un arricchito dotato di un rutilante pessimo gusto, è in realtà un’ultima cena, anche se il padrone di casa precisa che il suo astrologo personale gli ha predetto altri trent’anni di vita: fra un discorso sepolcral-funereo e l’altro, egli unge i convitati con del nardo prefigurando la propria unzione funebre. Ma per i romani il nardo era un unguento soltanto conviviale, non funebre, e l’episodio è accostabile all’Unzione di Betania narrata dall’evangelista Marco. Trimalcione sente cantare un gallo e lo interpreta come segnale di disgrazia (era invece annuncio di vittoria nella tradizione greca e romana): e il Vangelo di Marco insiste sul tradimento di Pietro avvenuto  “prima che il gallo canti due volte”.

E poi, uno dei protagonisti del Satyricon, Eumolpo, sembra parodiare l’eucarestia affermando che lascerà una favolosa eredità a chi mangerà le sue carni dopo la sua morte. C’è anche il cadavere di un uomo crocifisso che sparisce il terzo giorno. Chi volesse approfondire, può partire di qui.
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3 Aprile 2006

Il karma nel piatto

Troppo vero, e per questo è bello anche se fa star male, “Free karma food”, il romanzo appena uscito che racconta ciò che sta per avvenire. Tossici e homeless cacciati e macellati da impeccabili professionisti: e gli individui alfa, i dominanti, a gustarsela al ristorante la carne U, la carne umana. Per tutti gli altri, che individui alfa non sono  ma nemmeno barboni, hot dog di cane e di gatto: perché troppo a lungo si sono intrecciati, gravidi di conseguenze e di orrori, i passati destini di uomini e animali da carne. Il conto, nel 2018, arriva sotto forma di batteri impazziti, e tutti gli animali da carne vengono sacrificati in immani pire, a stento fermando il contagio fra umani. Ma viene a mancare un tassello nell’ordine gerarchico, economico e gastronomico mondiale: e allora gli umani spiantati scendono più in basso di un gradino, e gli umani alfa ne salgono uno.
Troppo vero questo “Free karma food”, così figlio di questo nostro mondo a scalini che nessuna debolezza perdona. Troppo vero: è già oggi, neanche il futuro.

Wu Ming, “Free karma food”, Rizzoli, 246 pagine, 14,50 euro. Finito di stampare: marzo 2006.
Tante altre cose ci sarebbero da dire, in primo luogo sull’autore (Wu Ming significa “Anonimo” in cinese mandarino: il suo nome non è segreto ma nemmeno importante, spiega il risvolto di copertina), ma le principali sono sul sito del libro. L’importante è leggerlo: ed è tutta salute, anche se poi si sta male.
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14 Febbraio 2006

Un’influenza letteraria…

L’influenza pichia duro quest’anno, lamiseria se picchia duro. Sono ko da un po’ di giorni, e ne ho approfittato per riprendere i contatti con un caro vecchio amico, "I Buddenbrook" di Thomas Mann, un libro in cui il supremo interesse della ditta di famiglia asservisce e stritola i destini dei singoli individui (metti il mercato al posto della ditta, e trovi scritta lì dentro la nostra storia), un libro il cui sontuoso inizio contiene i germi della rovina e della fine.
Tutti sono a tavola, nelle prime pagine, per il pranzo e l’indigestione che inaugurano la prestigiosa casa acquistata dai Buddenbrook sulla Mengstrasse. I convitati siedono su sedie pesanti, mangiano ottimi cibi pesanti con pesanti posate d’argento, bevono raffinati vini pesanti. Ad un certo punto i posti del piccolo Christian e del dottor Grabow si scoprono vuoti, e dall’elegante vestibolo a colonne quasi giunge alla tavola un gemito, un grido: "Non voglio mangiare nulla mai più! Sto male, sto maledettamente male!". Personalmente, stasera non posso che essere d’accordo con Christian. Da una settimana tossisco come un tricheco asmatico, e perdipiù oggi ho anche le budella in rivolta.
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14 Gennaio 2006

Anoressia santa?

Nell’ambito delle mie onnivore letture, ho appena metabolizzato “Sacro convivio sacro digiuno”, di Caroline Walker Bynum. Si occupa di sante medievali, vedi Caterina da Siena, che molti studiosi contemporanei hanno classificato come anoressiche (1, 2). Opinione della Bynum: non è opportuno parlare di anoressia, perché le sante attraverso il digiuno non negavano se stesse e il proprio corpo, ma anzi proprio attraverso il corpo digiunante si realizzavano, ottenendo un potere altrimenti impossibile su se stesse e sul proprio destino, sulla famiglia e sulla collettività. 

Mi sta stretto il pensiero di pontificare giudizi sulle sofferenze altrui, ma non vedo la differenza:  mi sembra che le anoressiche contemporanee raggiungano esattamente gli stessi effetti di cui parla la Bynum a proposito delle sante medievali. La differenza sta semmai nel fatto che le sante fondevano la loro carne digiunante e sofferente con la sofferenza salvifica di Cristo, mentre le anoressiche digiunano, soffrono e basta. Se ho detto eresie, scusatemi: non sono né psichiatra né psicologa, nè tantomeno  santologa. Anzi: ho un vistoso debole per gli eretici.


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31 Dicembre 2005

I devoti di San Silvestro

Mi spiace, ma non canto nel coro dei devoti di San Silvestro e non riesco a pensare che l’anno nuovo sarà poi tanto meglio di quello vecchio. L’attesa che lo accompagna mi fa pensare al modo in cui Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni, il protagonista de “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino, siede a tavola fra i paladini di Carlomagno. Mentre gli altri mangiano, lui taglia la carne a meticolose striscioline sottili, le passa ad una ad una in un altro piatto dove le condisce con la salsa, e quando sono imbevute a dovere le trasferisce in un terzo piatto. Mangerà finalmente Agilulfo? Macché. Lui è una lucida armatura da combattimento, non ha stomaco da riempire né bocca cui accostare la forchetta. Chiamerà il valletto, gli consegnerà il piatto, se ne farà portare uno pulito e comincerà a spolpare il fagiano fino a togliere la più restia fibra di carne dall’ultimo ossicino.
Ok, l’ottimismo è il mio mestiere. Per cui mi congedo dal 2005 con alcuni link a profezie di catastrofi variamente assortite. Voila la fine del mondo il 23 dicembre 2012 secondo i Maya, verso il 2050 secondo il Wwf, nel 3033 secondo la Monaca di Dresda. E per finire un po’ di gufate provenienti da un sito che si definisce “di ispirazione cattolica” e da quello ufficiale dei Testimoni di Geova. Felice 2006 a tutti.
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2 Dicembre 2005

La cena del barone

Non chiedetemi il perché, please, ma stasera ho proprio voglia di fare come Cosimo, il protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino: salire su un albero (estrema ribellione, estrema protesta) e, di albero in albero, mai più scendere a terra, neanche da morto. Quindi innanzitutto vi ammannisco la cena preparata da Battista, la sorella di Cosimo, che innescò il litigio sfociato in tale inusitata decisione: zuppa bavosa di lumache e pietanza di lumache. Anche questo schifido menù, peraltro, costituiva un’estrema ribellione e un’estrema protesta, e così pure tutti i suoi antefatti. Cioè: crostini al paté di fegato di topo, torta decorata a mosaico con zampe posteriori di cavalletta, codini di porco fritti come se fossero ciambelle, porcospino cotto intero con tutte le sue spine, bigné decorati ognuno da una molle testa di lumaca conficcata in uno stecchino, cosicché sembrassero, tutti insieme, uno stormo di piccolissimi cigni.
Mi scuserà la buonanima di Calvino per l’uso decisamente trash che ho fatto del suo libro. Di solito, intorno alla seconda media, i prof lo danno da leggere come compito estivo ai ragazzi, che così imparano a odiarlo. Errore. Il barone rampante è bellissimo, soprattutto da grandi.
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16 Ottobre 2005

La mela marcia

Questione di gusti, ma non è che io apprezzi particolarmente il Caravaggio, al quale è intitolata una mostra inaugurata ieri a Milano. Non lo apprezzo, salvo per un importantissimo dettaglio: la mela marcia nella Cena di Emmaus, uno dei quadri esposti. Sul tavolo della locanda al quale il Cristo Risorto cena in incognito con due discepoli c’è in primo piano un cesto di frutta, nel quale spicca una mela che, a ben guardare, è butterata dal baco: neanche i più puri cultori del biologico ad oltranza la vorrebbero, così minata dalla putredine e dalla morte. Quella mela riassume un secolo, il Seicento allora appena iniziato, nel quale il pensiero dell’inevitabile morte era parte quotidiana della vita, e la rendeva più piena e consapevole. Noi, scacciando il pensiero, non immaginiamo neanche quel che ci perdiamo. E così al supermercato evitiamo come la peste una mela appena un po’ tocca.
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