Marcel Proust ha rotto le scatole a mezzo mondo, con il suo "Alla ricerca del tempo perduto" e con il sapore delle briciole di madeleine in fondo alla tazza del tè che, improvvisamente e per caso, gli riportano nitidamente a galla non so più cosa della sua infanzia. Lo odio neanche tanto cordialmente, Proust: i suoi libri (insieme all’ "Ulysses" di Joyce) sono fra i pochi che mi sono ben guardata dal leggere fino in fondo. Però anch’io ho una personalissima madeleine, solo che è fritta, e solo che ci sono arrivata al contrario di Proust: dal ricordo di un cibo alla ricetta ritrovata. Oggi ve la somministro, con tanto di dosi e ingredienti: per una volta non ho intossicato nessuno e il dolce è venuto benissimo, a prescindere dalla carica di soggettivi ricordi.
Torino, 1962 circa. Una Torino in cui tutti parlano il dialetto tranne mia madre, che sorride e poi chiede in disparte a papà di tradurre. Tante altre cose, fetide e amare, era Torino in quegli anni, ma i miei ricordi piccoli si fermano alle donne a messa col velo, al "Riverisco" che mi insegnavano a rivolgere alle suore e al "Feramiù! Strassè!", il grido con cui dalla strada si annunziava il raccoglitore a domicilio di ferrivecchi e stracci.
Mia sorella e io chiamiamo "zia Gina" una vicina di casa che tutto era fuorchè una zia. Era stata giovane ai tempi della guerra di Libia e di Giovanni Giolitti, e ogni tanto faceva le frittelle. Tirava fuori una specie di racchetta da sci in miniatura, la intingeva in una pastella e la passava, così intinta, in un pentolino di olio bollente. La pastella friggendo si espandeva, liberando la piccola racchetta da sci che era pronta per essere intinta un’altra volta, e ne veniva fuori un meraviglioso cerchio fritto e fragrante, leggerissimo: una dolce nuvola da far crocchiare in bocca.
Mai più ho visto in giro, e tantomeno assaggiato, qualcosa di simile. E così mi sono messa a girare i negozi di casalinghi chiedendo un arnese per fare le frittelle somigliante ad una racchetta da sci in miniatura. Mi guardavano basiti, e si chiedevano (credo) se fosse il caso di chiamare il servizio di salute mentale dell’Asl. Finché uno mi ha messo in mano alto così di cataloghi da sfogliare, e l’ho scovato e ordinato, quel benedetto attrezzo, infine arrivato in tre settimane dalla Germania.
Confezione e istruzioni erano in tedesco stretto, e ho buttato tutto, pur sapendo che sarebbe stato illuminante, se solo fossi stata in grado di leggere. Ma sapevo cosa dovevo fare, sapevo dove dovevo arrivare: dal ricordo di un uovo, farina, zucchero e latte sono giunta, attraverso un considerevole numero di abomini culinari, alla pastella che "zia Gina" usava per le sue frittelle. La mia racchetta da sci in miniatura ha la forma di un fiore: il cerchio originario è andato perduto ma il sapore no, quello è identico, sapore di Torino 1962 circa.
In gradienti: un uovo, 40 grammi di zucchero, un etto di farina, 150 grammi di latte.
Sbattere l’uovo con lo zucchero e la farina, aggiungere a poco a poco il latte. Scaldare in un pentolino (non in una padella!) tre dita di olio. Quando sarà ben ben caldo (e non chiedetemi la temperatura, bisogna provare: le primissime frittelle vengono sempre male), immergere nell’olio bollente lo stampo e subito passarlo nella pastella, intingendovi solo, SOLO, il fondo. Immergere di nuovo lo stampo nell’olio bollente, dove la frittella si gonfierà e si staccherà da sola. Voltarle la frittella, lasciarla dorare, scolarla e metterla ad asciugare su carta assorbente. Garantisco: non è pesante, caso più unico che raro fra le frittelle, e non sa di unto. E’ una meravigliosa, dolce nuvola da far crocchiare in bocca.
Documentazione iconografica e codici html a cura di mia figlia Irene
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Scritto da mariaferdinanda alle 21:26, in Amarcord
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