Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio di Marzo 2006

31 Marzo 2006

Chi di shampoo ferisce…

Chi di shampoo ferisce di shampoo perisce, e allora mi lasci intingere la penna nel veleno il giornalista che, annunciando la prossima apertura del suo blog sul cibo, tuona contro le “shampiste” e i “dilettanti della tastiera” già autori di blog sul medesimo tema. Si dà il caso che io, oltre ad essere shampista per passione, sia giornalista di professione. Ho quindi sviluppato una marcata diffidenza riguardo all’oggettività dei comunicati con cui i big di turno (onorevoli, sindaci o giornalisti che siano) descrivono le loro gesta passate e quelle prossime venture. Mi perdonerà il collega se tendo istintivamente a inserire il suo annuncio in questa categoria. E perdonerà anche il fatto che mi venga la tentazione di “passare” (come si dice in gergo) il suo pezzo, correggendo un errore grammaticale.
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29 Marzo 2006

La svolta sociale di Slow Food

Gaudeamus igitur, lo Slow Food vuole girare pagina. Forse la finiranno di presidiare culatello, Brunello e altro che compri in gastronomia a prezzi da gioielliere, con la sola differenza che la cifra si applica al grammo e non al carato. Forse la finiranno di seccarci le glorie con degustazioni che costituiscono le uniche attività culturali accessibili a taluni danarosi individui.
L’ultimo Consiglio dei governatori Slow Food prima del Congresso di San Remo ha deciso di redigere un manifesto nel quale la qualità del cibo verrà definita in base ai termini “buono, pulito e giusto” (1, 2). Se ho ben capito, significa che non metteranno più l’accento sui cibi destinati ai gourmet col portafoglio ben fornito, ma su quelli che, prodotti nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente, riassumono in sé saperi, radici, modi di essere e di esistere.
Gaudeamus igitur, dicevo, perché Slow Food e affini hanno rovinato, non so se anche altro, ma certo almeno il culatello, che prima era un cibo di festa, ma tuttosommato normale, nelle case dei miei zii emiliani. Non era molto più caro di un buon prosciutto crudo, ed era assolutamente introvabile altrove. Memorabile quella volta che mia madre, presa da nostalgia per i suoi sapori, lo chiese in una delle migliori salumerie di Torino, e la commessa attonita domandò cosa caspita era quel benedetto sederiello. Poi è arrivato Slow Food, il culatello – pagando – lo compri praticamente ovunque ma non è più un cibo tuttosommato normale neanche nelle terre in cui è nato. Personalmente, apprezzo la svolta cultural-sociale di Slow Food. E spero anche di ritrovare il culatello.
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26 Marzo 2006

Il gusto della messa

Le ostie hanno il sapore e la consistenza del cartoncino. Come se non bastasse,  col rito preconciliare in vigore fino a una quarantina di anni fa il primo approccio dei neonati con la liturgia consisteva nel pizzico di sale che il sacerdote introduceva nella loro bocca durante il battesimo: azione alla quale seguiva un’adeguata dose di strilli. I cattolici dovrebbero agire con più sapienza, vocabolo che significa “avere sapore di…”. Queste considerazioni sono apparse oggi, domenica, sul portale di informazione del Patriarcato di Venezia. Qui il testo integrale.
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25 Marzo 2006

Enologia elettorale

Proviamo a metterli tutti e due in bottiglia, possibilmente con un robusto tappo sopra, perché di questa campagna elettorale che galleggia fra sbadigli e toni da apocalisse non se ne può proprio più. Proviamo: e allora Prodi è un Lambrusco, e Berlusconi un Franciacorta. Risulta dal sondaggio on line effettuato da winenews. Le risposte sono state 1500: il 71 per cento associa Prodi col Lambrusco perché hanno in comune l’origine emiliano romagnola, l’abbinamento con la mortadella, l’essere considerati schietti e popolari. Berlusconi invece, secondo il 57 per cento delle risposte, è un Franciacorta: tutti e due lombardi, decisi, brillanti, effervescenti ed esuberanti. Di mio, aggiungerei che il Franciacorta si chiama così perché era originariamente coltivato in “corti franche”, cioè in terre esenti da imposte. In tutto condito da similitudini, distribuite nel pieno rispetto della par condicio, a vini al metanolo, vini in tetrapak, vini che sanno ti tappo eccetera.
Il brutto di questa enologia elettorale è che manca un vino schietto, pronunciato e mordente, che sia un antidoto sicuro all’appiattimento del gusto. Personalmente, consiglierei di andare a votare con un bicchiere di questo Freisa in corpo.
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23 Marzo 2006

Le caramelle di Silvio

Ho trovato in vendita su eBay le caramelle di Silvio, e ve ne faccio partecipi:

berlusca.JPG

Ce ne sono vari esemplari (1, 2, 3, 4); prezzo intorno ai 5 euro. Una volta svuotato, il contenitore diventa un portapenne. Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, cantava Mary Poppins. Che lui ci creda?

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21 Marzo 2006

Stasera deraglio

Scusate se stasera deraglio. C’ero anch’io sul treno virtuale (bellissima idea!) organizzato da Antonio a proposito degli e book. E, ovviamente, con lui non sono d’accordo.

Il treno virtuale sarebbero alcune stanze di chat parallele (i vagoni del treno) condotte in visita guidata (da lui, Antonio, il capotreno) ad una serie di link relativi appunto agli e book. Cosa dettagliatamente si siano detti sugli altri vagoni, lo sanno solo loro, e lo sa solo Antonio, onnipresente capotreno, che comunque ha pubblicato sul suo blog il resoconto della serata. Per la cronaca, le mie perplessità sono riassunte al punto 1). Riassunte bene da lui, ed espresse farraginosamente da me: perché in una chat a sei (tanti eravamo su quel vagone) la conversazione è come minimo incasinata.

In materia di e book, Antonio confida nelle magnifiche sorti, e progressive (come diceva Leopardi circa 200 anni fa) del secolo che si è appena aperto: presto i libri si leggeranno col computer e su internet; per non subire passivamente il cambiamento bisogna concentrarsi sui vantaggi che esso porterà. Però chiedete un po’ ad Antonio quanto tempo ci sarebbe voluto per ruminare e digerire ogni link che ci ha portato a visitare col suo treno se, anziché pagine web, fosse stata carta stampata: mezz’oretta di lettura e valutazione, mica i cinque minuti concessi ad ogni fermata. Su Internet, basta uno sguardo rapido per intuire il succo e via verso la prossima tappa: già mi accorgo che questo post diventa troppo lungo.

Appunto: gli e book del futuro non saranno Pirandello. Saranno più o meno quel che stiamo facendo voi ed io adesso, o quello che ha fatto Antonio col suo treno, e le infinite possibili variazioni sul tema. Sarà magari una telenovela da pubblicare a puntate quotidiane sul web, massimo una cartella al giorno, che tenga conto quotidianamente dei desideri dei lettori: chi far morire, chi far innamorare e di chi, eccetera. Se volete, possiamo provare…
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18 Marzo 2006

La fetida ambivalenza del cibo

Cavoli. Buoni, i cavoli verza come li faceva la mia mamma: da sognarseli di notte. Li riduceva a striscioline sottili sottili come tagliatelle, e li faceva struggere all’infinito su un soffritto di cipolle, con un po’ di conserva, zucchero, aceto e salciccia. Erano irresistibili, ma passati i trent’anni anche una sola forchettata dei cavoli di mia mamma poi me la sognavo di notte. Inequivocabile segno di stress gastrico inespugnabile per un comune Alka Seltzer. Fetida ambivalenza del cibo: ti scalda e ti nutre, veicola tutto il possibile amore del mondo e come l’amore ti fa anche star male.
Mi pare che ci sia tutto questo (compresi i cavoli verza della mia mamma) in “Planet Food”, mostra con surreali panorami di cibo colorati in digitale. Autore, Daniele Camaioni. In corso a Milano, presso Bel Art Gallery, fino al 23 marzo.

L’immagine: Daniele Camaioni, “The wall”, 2005, stampa digitale su vinile, cm 114×152
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14 Marzo 2006

Mi vergogno di essere italiana

Mi vergogno di essere italiana, stasera, e il mio ragionamento parte dal cioccolato, per la precisione da “La fabbrica del cioccolato” di quel grande che è Roald Dahl. L’ho già detto: trovo quel libro troppo zuccheroso. Ma è ben scritto, proprio perché Dahl è un grande. Prendete quando il piccolo, affamato e infreddolito Charlie trova nella neve una moneta da mezza sterlina, e la spende in due tavolette di Cioccocremolato Delizia Wonka al Triplogusto, soltanto impercettibilmente segretamente sperando (e alla seconda tavoletta la speranza si avvererà) di trovare l’ultimo dei cinque Biglietti d’Oro che danno diritto a visitare la segreta fabbrica di cioccolato del signor Willy Wonka. Dal Biglietto d’Oro si dipaneranno le avventure che porteranno Charlie, il ragazzo beneducato dalla povertà, a diventare, lui, il padrone della fabbrica. Ecco, è su tutto questo zucchero che io arriccio il naso.
Comunque stasera penso a Charlie che trepida davanti al bancone, in attesa che il grasso negoziante gli porga la tavoletta in cambio della sua mezza sterlina bagnata. Ho in mente Charlie perché li avrete visti anche voi stasera, nelle vostre città come nella mia, quei grappoli di povericristi appesi alle porte degli uffici postali abilitati a ricevere da domani pomeriggio, martedì, le domande per i permessi di soggiorno legati al “decreto flussi” (1, 2, 3). Tanti Charlie che sperano. Ma qui di zucchero non c’è traccia, e c’è troppo, invece, del sale che si mangia insieme al pane altrui: sperano in una delle 170 mila regolarizzazioni messe in palio dal Governo italiano. Le vinceranno i primi che presenteranno domanda.
Nella mia piccola città si sono messi in coda ieri notte, domenica. In un paese qui vicino hanno cominciato già sabato pomeriggio. Per un cane o un gatto lasciato tre giorni davanti a un uscio chiuso si mobiliterebbe, e giustamente, l’Enpa. Questi qui sono esseri umani, e nessuno che si scaldi.
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11 Marzo 2006

La torta di Ludovica

Per Ludovica, che me la chiede, e per tutti quelli che vogliono avventurarsi sul terreno accidentato di una ricetta non scritta (per quel che so) sui ricettari stampati, ma solo in molte memorie e su qualche foglietto sparpagliato nei cassetti delle cucine, ecco la vecchissima torta di mele e cioccolato resuscitata dal microonde perché altrimenti richiederebbe dei tempi di cottura praticamente eterni, che andavano bene, temporibus illis, con i forni a legna annessi alle stufe delle cucine patriarcali. Col microonde questa torta cuoce soltanto (si fa per dire…) in un’ora, e non c’è bisogno di sorvegliare nulla. Altrimenti bisognerebbe stare per una buona ora a rimestare le mele mentre si consumano sul fuoco bassissimo, e attenzione a farle asciugare proprio per bene senza che però brucino! E poi, aggiunti gli altri ingredienti alle mele cotte, il composto andrebbe passato nel forno elettrico per un altro paio d’ore almeno, badando a cogliere l’attimo in cui la torta non è ancora secca ma non è più un’ignobile marmellata melmosa. L’adattamento a microonde è frutto del mio personale ingegno, ma ingredienti, dosi e procedura sono in tutto e per tutto quelli tradizionali. Attendo a piè fermo il conteggio dei successi e degli insuccessi, dei mi piace e dei non mi piace.

Ingredienti: due chili e mezzo di mele renette (con altre varietà non funziona), due uova, 250 grammi di amaretti, 100 grammi di zucchero, 50 grammi di cacao amaro. E’ fondamentale disporre di un tegame rotondo di terracotta , diametro 23-25 centimetri e bordi alti almeno10 centimetri, adatto per la cottura a microonde.

Sbucciare le mele, tagliarle a quarti e poi a pezzettini, sistemarle nel tegame “a cratere” (spessore maggiore ai bordi e minore al centro) affinché la cottura sia uniforme, e passare in microonde a massima potenza e a recipiente scoperto per 30 minuti. Lasciare riposare per 10 minuti.

Con una forchetta spappolare le mele (si fa in un attimo) per ridurle in simil-marmellata. A questo magma ancora quasi bollente aggiungere, nell’ordine, gli amaretti sbriciolati, il cacao, lo zucchero, le uova (che così non si rapprendono a contatto col calore) e mescolare velocemente. Di nuovo nel microonde a massima potenza e a recipiente scoperto per 30 minuti.

Fatto. Prima di mangiare la torta bisogna lasciarla completamente raffreddare. Non aspettatevi una roba tipo crostata, da tagliare a fette regolari e da mangiare con le dita. Questa è una torta morbida, ogni tentativo di sformarla su un piatto da portata produce esiti catastrofici e va mangiata col cucchiaino. Va bene per chi non tollera latticini e-o farina di frumento. I più vecchi dicono che i loro vecchi (anzi: le loro vecchie) usavano le mele cadute dagli alberi a fine estate prima di essere completamente mature e, anziché ridurle in simil-marmellata sul fuoco, le grattugiavano crude, come si fa per i neonati. Io non ho mai sperimentato questa versione estrema. Fatemi sapere…

Documentazione iconografica e codici html a cura di mia figlia Irene.
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9 Marzo 2006

Metti un McLuhan a cena

Mi sbagliavo. Lì per lì, quando mi hanno detto che ha appena aperto a Londra un ristorante dove si mangia nell’oscurità più totale, mi fiorivano tutte le possibili variazioni sul tema “Facciamolo strano, facciamolo al buio”. Invece no. Se si va appena un millimetro oltre le apparenze, e se si fanno un paio di clic sul sito di “Dans le noir”, la casa madre parigina da cui è nato il clone londinese, la cena al buio non sembra più una trovata del tipo il diamante nel cocktail, ma la versione culinaria de “La galassia Gutenberg” di Marshall McLuhan.
E’ proprio vero: nell’età moderna alla base di tutta la tecnologia e di tutto il modo di essere, di pensare e di lavorare c’è un solo senso, la vista. Di conseguenza ogni processo è frantumato in una sequenza lineare di parti mobili, come le lettere dell’alfabeto in un libro stampato. E di conseguenza ancora vengono omogeneizzazione, individualismo, separazione di pensiero e emozione. Ma tanti altri modi di essere sono possibili, e di sensi ne abbiamo cinque: non solo uno.
In una cena al buio come si deve, si entra nella sala da pranzo in fila indiana, come i bambini che fanno il trenino all’asilo, guidati da un cameriere. Si esce, o si va alla toilette, solo accompagnati. Vietati cellulari, orologi, sigarette e tutto ciò che emana bagliore. Il menù può essere predefinito o a sorpresa: e poi sapori e odori, sbadigli e sorrisi, si provano senza vedere. In questo modo si è svolta ieri, mercoledì, una cena al buio ad Alessandria. Organizzava l’Unione italiana ciechi. Ma ciechi siamo tutti noi, accecati dall’invadenza degli occhi.

Ringrazio Gianna Ferretti, mia vicina di blog, che mi ha segnalato la cena al buio di Londra.
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