Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio di Febbraio 2006

25 Febbraio 2006

Polletto al curling

nudo migliore.jpg Non mi stupisce nè la nudità nè l’originale foglia di fico scelta per ripararla, che nella fattispecie era un pollo di plastica, dal momento che la nudità e il pollo sono stati esibiti mentre un tizio lanciava sul ghiaccio degli aggeggi tipo pentole a pressione Lagostina, e mentre altri tizi spianavano la strada alle pentole con un gran lavorio di scopettoni. Basta dimenticare per un attimo che il lancio delle pentole a pressione si chiama curling ed è assurto al rango di sport. Basta questo, e l’ingresso di un tifoso nudo sulla pista del Palaghiaccio di Pinerolo, durante la finale olimpica per il terzo e quarto posto fra Stati Uniti e Gran Bretagna, diventa un fatto assolutamente consono all’assurdo contesto nel quale esso si è inserito. Anche il pollo ha una sua logica: cosa meglio si addice ad una pentola a pressione?
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22 Febbraio 2006

Indigeste Olimpiadi II

Gli atleti che continuano a lamentarsi (1, 2, 3) per il vitto delle Olimpiadi si consolino: mangiano malissimo anche i volontari, i cosiddetti "Ragazzi del 2006" che fanno di tutto di più assolutamente gratis. Dopo tre giorni di pasta "condita nelle maniere più pesanti che si possano immaginare" arriva per loro un risotto alla besciamella, cosa già di per sè abominevole, che perdipiù sa di limone peggio che un sorbetto. E un’altra volta il primo non arriva nemmeno: il furgone del catering era stato fermato dalla sicurezza.
Ma anche i volontari si consolino. Ai turisti può andare peggio, come testimonia il caso dello svedese rapito in bagno. Rapito insieme al bagno, per la precisione: un bagno chimico che ad un certo punto l’autista di un muletto ha deciso di sigillare e di rimuovere, assolutamente incurante (almeno all’inizio) delle proteste dell’occupante.
Tutti a criticare, allora? No, gli svedesi (bagni chimici a parte) non criticano: mangiano. Mangiano piemontesissima bagna cauda che, per chi non lo sapesse, è una bomba chimica a base di aglio. A sua lode hanno addirittura innalzato uno striscione durante la partita di hockey contro la Lettonia, e credo che sia stata proprio la bagna cauda l’arma letale grazie alla quale hanno vinto 6-1.

Fonti delle informazioni e dell’immagine: 1, 2, 3
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20 Febbraio 2006

La madeleine di Proust ridotta a frittella

Marcel Proust ha rotto le scatole a mezzo mondo, con il suo "Alla ricerca del tempo perduto" e con il sapore delle briciole di madeleine in fondo alla tazza del tè che, improvvisamente e per caso, gli riportano nitidamente a galla non so più cosa della sua infanzia. Lo odio neanche tanto cordialmente, Proust: i suoi libri (insieme all’ "Ulysses" di Joyce) sono fra i pochi che mi sono ben guardata dal leggere fino in fondo. Però anch’io ho una personalissima madeleine, solo che è fritta, e solo che ci sono arrivata al contrario di Proust: dal ricordo di un cibo alla ricetta ritrovata. Oggi ve la somministro, con tanto di dosi e ingredienti: per una volta non ho intossicato nessuno e il dolce è venuto benissimo, a prescindere dalla carica di soggettivi ricordi.

Torino, 1962 circa. Una Torino in cui tutti parlano il dialetto tranne mia madre, che sorride e poi chiede in disparte a papà di tradurre. Tante altre cose, fetide e amare, era Torino in quegli anni, ma i miei ricordi piccoli si fermano alle donne a messa col velo, al "Riverisco" che mi insegnavano a rivolgere alle suore e al "Feramiù! Strassè!", il grido con cui dalla strada si annunziava il raccoglitore a domicilio di ferrivecchi e stracci.

Mia sorella e io chiamiamo "zia Gina" una vicina di casa che tutto era fuorchè una zia. Era stata giovane ai tempi della guerra di Libia e di Giovanni Giolitti, e ogni tanto faceva le frittelle. Tirava fuori una specie di racchetta da sci in miniatura, la intingeva in una pastella e la passava, così intinta, in un pentolino di olio bollente. La pastella friggendo si espandeva, liberando la piccola racchetta da sci che era pronta per essere intinta un’altra volta, e ne veniva fuori un meraviglioso cerchio fritto e fragrante, leggerissimo: una dolce nuvola da far crocchiare in bocca.

Mai più ho visto in giro, e tantomeno assaggiato, qualcosa di simile. E così mi sono messa a girare i negozi di casalinghi chiedendo un arnese per fare le frittelle somigliante ad una racchetta da sci in miniatura. Mi guardavano basiti, e si chiedevano (credo) se fosse il caso di chiamare il servizio di salute mentale dell’Asl. Finché uno mi ha messo in mano alto così di cataloghi da sfogliare, e l’ho scovato e ordinato, quel benedetto attrezzo, infine arrivato in tre settimane dalla Germania.

Confezione e istruzioni erano in tedesco stretto, e ho buttato tutto, pur sapendo che sarebbe stato illuminante, se solo fossi stata in grado di leggere. Ma sapevo cosa dovevo fare, sapevo dove dovevo arrivare: dal ricordo di un uovo, farina, zucchero e latte sono giunta, attraverso un considerevole numero di abomini culinari, alla pastella che "zia Gina" usava per le sue frittelle. La mia racchetta da sci in miniatura ha la forma di un fiore: il cerchio originario è andato perduto ma il sapore no, quello è identico, sapore di Torino 1962 circa.

In gradienti: un uovo, 40 grammi di zucchero, un etto di farina, 150 grammi di latte.
Sbattere l’uovo con lo zucchero e la farina, aggiungere a poco a poco il latte. Scaldare in un pentolino (non in una padella!) tre dita di olio. Quando sarà ben ben caldo (e non chiedetemi la temperatura, bisogna provare: le primissime frittelle vengono sempre male), immergere nell’olio bollente lo stampo e subito passarlo nella pastella, intingendovi solo, SOLO, il fondo. Immergere di nuovo lo stampo nell’olio bollente, dove la frittella si gonfierà e si staccherà da sola. Voltarle la frittella, lasciarla dorare, scolarla e metterla ad asciugare su carta assorbente. Garantisco: non è pesante, caso più unico che raro fra le frittelle, e non sa di unto. E’ una meravigliosa, dolce nuvola da far crocchiare in bocca.

Documentazione iconografica e codici html a cura di mia figlia Irene
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18 Febbraio 2006

Indigeste Olimpiadi

Il cibo è un’arma potente quando è assolutamente divino o francamente disgustoso, come testimoniano l’imperatore Nerone e l’atleta russo Alexandre Zoubkov, pilota di bob alle Olimpiadi di Torino. Nerone sperimentò il potere del cibo attraverso il suo predecessore e zio, l’imperatore Claudio, passato a miglior vita dopo aver mangiato un piatto di funghi. Disse Nerone: "I funghi sono un cibo divino, dal momento che hanno trasformato in un dio anche lo zio Claudio". Zoubkov, poveretto, era uno dei favoriti della vigilia ma è giunto solo quinto alla gara di oggi, dopo aver toccato con mano cosa vuol dire trovarsi nel piatto della roba disgustosa. Il quotidiano Izvestia lo ha intervistato sul vitto al villaggio olimpico e ha titolato: "Gli atleti russi fanno lo sciopero della fame". Zoubkov non è il primo a lamentarsi, e, dal momento che gli italiani mangiano altrove, sono tutti stranieri quelli che si lamentano…
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16 Febbraio 2006

Il carnevale purtroppo non è più una cosa seria


Pieter Bruegel, "Lotta fra il carnevale e la quaresima", 1559. Olio su tavola. Vienna, Kunsthistorisches Museum

Spiace constatarlo, ma il carnevale non è più una cosa seria. Chiariamo: non mi mancano le abbuffate di carne e salsicce, né tantomeno i 40 morigeratissimi seguenti giorni, nei quali l’aringa e il merluzzo erano l’unica eccezione al regime vegano. Il punto è un altro. Quattro o cinque secoli fa, ben prima di ridursi alla sfilata di carri allegorici organizzata dalla Pro Loco, il carnevale era il rovesciamento dei ruoli e dei poteri: le donne portavano le braghe, il folle diventava potente, il pezzente si atteggiava come se fosse ricco. Adesso le donne portano tutto l’anno le braghe (e menomale: ricordo ancora da bambina certi inverni con la gonna e i calzettoni), ma non c’è un momento in cui a tutti sia permesso di manifestare ciò che normalmente è ritenuto irrazionale e proibito. Alcune briciole di trasgressione carnevalesca sono forse migrate in certe feste di addio al celibato e al nubilato, o nei caroselli dei tifosi per la conquista di uno scudetto: ma durano poco, vengono poche volte e soprattutto non sono per tutti. La vita quotidiana è basata su orologio, dovere, disciplina: siamo una pentola a pressione cui non è concesso neanche di fischiare.
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14 Febbraio 2006

Un’influenza letteraria…

L’influenza pichia duro quest’anno, lamiseria se picchia duro. Sono ko da un po’ di giorni, e ne ho approfittato per riprendere i contatti con un caro vecchio amico, "I Buddenbrook" di Thomas Mann, un libro in cui il supremo interesse della ditta di famiglia asservisce e stritola i destini dei singoli individui (metti il mercato al posto della ditta, e trovi scritta lì dentro la nostra storia), un libro il cui sontuoso inizio contiene i germi della rovina e della fine.
Tutti sono a tavola, nelle prime pagine, per il pranzo e l’indigestione che inaugurano la prestigiosa casa acquistata dai Buddenbrook sulla Mengstrasse. I convitati siedono su sedie pesanti, mangiano ottimi cibi pesanti con pesanti posate d’argento, bevono raffinati vini pesanti. Ad un certo punto i posti del piccolo Christian e del dottor Grabow si scoprono vuoti, e dall’elegante vestibolo a colonne quasi giunge alla tavola un gemito, un grido: "Non voglio mangiare nulla mai più! Sto male, sto maledettamente male!". Personalmente, stasera non posso che essere d’accordo con Christian. Da una settimana tossisco come un tricheco asmatico, e perdipiù oggi ho anche le budella in rivolta.
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8 Febbraio 2006

Ne ho due cerchi così e gli altri tre ve li regalo

Oggi la fiaccola olimpica di Torino 2006 è passata a 50 metri da casa mia. E non riesco a capire perchè così tanta gente, e tanta davvero, e pure festante e entusiasta, sia scesa in strada per vederere uno spot pubblicitario della Coca Cola (perchè a questo si riduce in sostanza la cosa), e abbia pure aspettato un’ora al freddo visto che il tedoforo era in ritardo. Non solo: è parso pure opportuno condurre i bambini e i ragazzi delle scuole a vedere questo spot, e munirli di migliaia di bandierine di benvenuto. Le ha pagate il Comune con 1872 dei miei e dei vostri euro.
Lo spot consisteva innanzitutto in  una sfilata di autocarri rossi con su scritto "Coca Cola", praticamente uguali ai camion di latta dei pompieri  che una volta si regalavano ai bambini a Natale: solo che sulla piattaforma si agitavano individui tipo dj in giacca a vento che invitavano ad applaudire. Poi è arrivato il tedoforo, circondato da quattro marcantoni messi lì, credo, per far passare a chiunque la voglia di scippargli la fiaccola. Che, detto fra noi, sembra un incrocio fra un cobra e una silhouette fallica. Subito dietro, un gran codazzo di vetture varie.
Lo spot è finito, andate in pace.
Cosa c’entra tutto questo col cibo? Beh, c’entra almeno con una bevanda. E se siete costernati ad apprendere che un Comune ha partecipato ad uno spot pubblicitario pagando le bandierine, tirate un respiro lungo lungo e guardate qui.
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6 Febbraio 2006

Il bello dello sport

Sotto le tute da sci e sotto i caschi, il corpo degli atleti è asciutto, muscoloso, scolpito come le statue di 20-25 secoli fa che saranno esposte a Torino nella mostra "Eroi ed atleti" (1, 2) per le Olimpiadi della Cultura, parallele a quelle che si disputeranno sulle piste. Proprio lo studio dei corpi degli atleti guidò lo scultore Policleto all’elaborazione del concetto di bellezza concretizzato nella statua del Doriforo, di cui è esposta una copia. Solo che 20-25 secoli fa gli atleti mangiavano come tutti (olive, formaggio, pane, carne, e all’occorrenza si dopavano ingerendo lucertole) e vigeva il principio della kalokagathia, una sorta di qualità totale: l’essere buono (valoroso, ben nato, ben educato) era inseparabile dall’essere bello.
Oggi cosa mangiano gli atleti per essere così belli? Se cerchi lumi digitando su Google "dieta atleti Olimpiadi 2006" non arriva, almeno nelle prime 30 pagine, assolutamente nulla di illuminante, salvo una dichiarazione del responsabile tecnico del salto con gli sci: più si è leggeri più si va lontano, dice in sostanza, quindi molti saltatori si accontentano di un’insalata e di una crostata di frutta, e si sono verificati (ma non in Italia) anche casi di anoressia. Sta di fatto che sul sito della Nazionale olimpica la scheda di ciascun atleta, oltre a statura, data di nascita e palmares, contempla la voce "Peso". ‘Sti campioni mangiano quel che dice il dietologo (e, va da sè, non fumano e non bevono): fanno cioè quello che tutti dovremmo fare per avere un bel corpo statuario. Però la qualità totale connessa alla bellezza di cui parlavano gli antichi si è ridotta oggi ad una sola virtù: potersi mettere (o togliere) il costume da bagno.
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2 Febbraio 2006

Gelsomini e cioccolato

L’idea è degna de Il Profumo di Suskind, l’unico romanzo che sa far uscire vivi da una pagina il tanfo del lercio e la fragranza della giunchiglia. Si tratta di preparare del cioccolato partendo da cacao aromatizzato per 10-12 giorni fra fiori freschi di gelsomino, da rinnovare quotidianamente. Non è l’ultima trovata modaiola, bensì una ricetta vecchia di tre abbondanti secoli. La mise per iscritto uno scienziato, Francesco Redi: il primo a dimostrare che i moscerini non si generano spontaneamente dal mosto, nè le rane dal fango e dalla pioggia. La sperimentò personalmente un granduca, Cosimo III, il penultimo dei Medici. Da oggi, venerdì, l’originale di quella ricetta è in mostra a Monsummano Terme (Pistoia), in occasione di Cioccolosità, una tre giorni dedicata (appunto) al cioccolato.
Ma è quel profumo di gelsomino che si sprigiona dal cioccolato a stuzzicare l’attenzione. La ricetta prevede l’impiego, oltre che del cacao e dell’impalpabile profumo dei fiori, di cannella, vaniglia e ambra grigia: alato termine che in realtà designa una corporeissima secrezione prodotta dall’intestino del capodoglio. Indispensabile, comunque, per fissare l’aroma. Fra poco arriva la primavera, arrivano i fiori del gelsomino: chi vuol fare la prova?
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