Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio di Dicembre 2005

31 Dicembre 2005

I devoti di San Silvestro

Mi spiace, ma non canto nel coro dei devoti di San Silvestro e non riesco a pensare che l’anno nuovo sarà poi tanto meglio di quello vecchio. L’attesa che lo accompagna mi fa pensare al modo in cui Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni, il protagonista de “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino, siede a tavola fra i paladini di Carlomagno. Mentre gli altri mangiano, lui taglia la carne a meticolose striscioline sottili, le passa ad una ad una in un altro piatto dove le condisce con la salsa, e quando sono imbevute a dovere le trasferisce in un terzo piatto. Mangerà finalmente Agilulfo? Macché. Lui è una lucida armatura da combattimento, non ha stomaco da riempire né bocca cui accostare la forchetta. Chiamerà il valletto, gli consegnerà il piatto, se ne farà portare uno pulito e comincerà a spolpare il fagiano fino a togliere la più restia fibra di carne dall’ultimo ossicino.
Ok, l’ottimismo è il mio mestiere. Per cui mi congedo dal 2005 con alcuni link a profezie di catastrofi variamente assortite. Voila la fine del mondo il 23 dicembre 2012 secondo i Maya, verso il 2050 secondo il Wwf, nel 3033 secondo la Monaca di Dresda. E per finire un po’ di gufate provenienti da un sito che si definisce “di ispirazione cattolica” e da quello ufficiale dei Testimoni di Geova. Felice 2006 a tutti.
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24 Dicembre 2005

L’imperatore lecca-lecca

L’ho tenuta per stasera, la mia filippica contro l’imperatore Federico II versione lecca-lecca, perché vorrei belluinamente stritolarlo fra i molari come un pezzo di torrone. Un Federico II di zucchero, insieme ad analoghe sedicenti opere d’arte, contribuisce a “interiorizzare lo spazio e la storia” in una mostra in corso a Castel del Monte, splendida architettura volgarizzata sul retro della moneta da un centesimo (1, 2, 3, 4), la cui vuota assoluta purissima simmetria è per l’occasione riempita, oltre che dalla summenzionata statua in zucchero, da fluire di acque marine, video, foto, mezze croci di neon et similia. Il tutto costituisce una Signora Mostra, di quelle che, se le guardi o ne leggi, non osi nemmeno esplicitare a te stesso un punto interrogativo muto e perplesso, per non rischiare la figura del cretino anche se in fondo in fondo al cuore tanto cretino non ti senti.
I Critici d’Arte non se la piglino con me: c’è sempre di peggio. A cominciare da chi sarebbe già famoso senza bisogno di dire che il suo bis-bis-bis-nonno era Gran Scopatore alla corte di Federico II, eppure se ne vanta in tv.
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20 Dicembre 2005

Le scarpe nel piatto

Prendete 60 scarpe ed affidatele ad altrettanti cuochi affinché le ornino con fagioli, spaghetti, chicchi di caffè e affini. Poi collocate ogni scarpa su un piatto, e servite il tutto in una mostra. Sta capitando, e non solo: ne trarranno anche un libro, con le foto delle scarpe alternate a ricette. Lo venderanno, e la metà del ricavato andrà alla ricerca contro il cancro al seno.
Vedano un po’ loro. Secondo me, chi può spendere per siffatto libro, i soldi per la ricerca (e non solo per quella) dovrebbe darli gratis: non certo in cambio del piacere di rimirare, comodamente seduto in poltrona, l’immagine di una scarpa artisticamente sorretta da una scatoletta di tonno.
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12 Dicembre 2005

La sala da pranzo che ricicla se stessa

Peccato che il ministro Buttiglione in persona abbia chiuso quel che resta della casa, con annessa sala da pranzo, dell’imperatore Nerone. Peccato perché era la prova innegabile di due fatti: 1) la grandeur non l’hanno inventata i francesi; 2) copiare è un’arte antichissima.
Ho visitato la scorsa estate a Roma i pochissimi locali della smisurata Domus Aurea (“Casa d’Oro”) di Nerone che erano aperti al pubblico: ne è conosciuto per ora solo un frammento, che misura la rispettabilissima lunghezza di 400 metri. Il grande ambiente ottagonale con volta a cupola potrebbe essere la sala da pranzo circolare che “girava continuamente su se stessa come il mondo”, con il soffitto formato da tavolette d’avorio mobili per lasciare cadere sui commensali fiori e profumi. Nerone nella Domus Aurea mangiava in un posto così, garantisce il suo antico e autorevole biografo Svetonio. I moderni dicono che Nerone copiò nella Domus Aurea le regge dei sovrani orientali. Nel Rinascimento gli artisti copiarono le pitture della Domus Aurea nelle chiese e nei palazzi di tutt’Italia.
Peccato davvero che abbiano chiuso la Domus Aurea, perché quando la guardi devi chiederti se questo nostro mondo non è un serpente che, la coda infilata nelle fauci, si rinnova mangiando e digerendo continuamente se stesso. Fra gli antichi, c’era chi la pensava esattamente in questo modo.
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6 Dicembre 2005

Omaggio alla Val di Susa

Stasera, per invitarvi ad entrare in questo mio blog, vi offro un dolce: i canestrelli della Val di Susa, e chi già non li conosce non si fidi delle ricette più o meno istituzionali, ma pensi piuttosto alle gauffre della Francia e del Belgio. Offro a voi i canestrelli, ma non li offro a chi vuol spendere fior fior di quattrini miei, e vostri, per farci andare da Torino a Parigi in quattro ore. Bella città, Parigi: conto di andarci almeno altre dieci volte, nel tempo che mi resta da vivere. E tanto vale che prenda l’aereo o che da Torino ci metta, come adesso, otto-nove ore in treno. Sarei più grata a chi spendesse cotanta e cotale pecunia per rendere rapidi ed efficienti, o almeno ragionevoli, gli spostamenti quotidiani dei pendolari.
No, non mi vengano a dire che gli abitanti della Val di Susa si sono arrabbiati perché è sempre altrove il sito idoneo per una discarica e per ogni opera di pubblica utilità che provoca inconvenienti a chi abita nei paraggi. Sarebbe così se sul treno volessero spostare le merci, e se volessero rendere impossibile la vita ai tir e agli autocarri, eccetto solo il percorso fabbrica-stazione e stazione-negozio. Ma così non è. Buonanotte, e un canestrello a tutti. Io (anche se abito altrove) sono valsusina.
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5 Dicembre 2005

La pattumiera del castello

Gli archeologi fanno un mestiere sporco. Infatti vanno in brodo di giuggiole tutte le volte che trovano una discarica d’epoca, e la scavano con entusiasta diligenza perché lì, e soltanto lì dentro, ci sono le informazioni su cosa si mangiava e cosa si usava tutti i giorni. Così sono stati studiati e trasformati in una mostra i secoli d’immondizia accumulatisi dentro l’enorme torre-pattumiera del castello di Moncalieri (Torino), che fu residenza più o meno saltuaria dei regnanti di casa Savoia. Lì dentro c’era spazzatura proveniente direttamente dalla cucina, prodotta fra il XIV e il XVII secolo. Gli archeologi ne hanno tratto tegami bucati, stoviglie in frantumi, cocci di piatti, di bottiglie e di bicchieri. Ogni minuscolo frammento vegetale è stato identificato: dalla foglia di platano al guscio di nocciola. Per il resto, se ne può dedurre che i Savoia davvero erano davvero una dinastia di rozzi montanari. Altro che raffinati banchetti a base di cacciagione, il cibo per eccellenza dei nobili! Quelli mangiavano carne di capra, pecora e maiale, e il loro castello è l’unico posto in Europa, per quanto ne so, dove sono state rinvenute ossa di cane, datate XIV secolo, che recano segni di macellazione.

P.S. La mostra è allestita all’interno del castello, ed è aperta solo il sabato, giorno in cui il resto del castello è chiuso. Non chiedetemi il perché, e soprattutto non fidatevi degli orari sul sito della Soprintendenza.
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2 Dicembre 2005

La cena del barone

Non chiedetemi il perché, please, ma stasera ho proprio voglia di fare come Cosimo, il protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino: salire su un albero (estrema ribellione, estrema protesta) e, di albero in albero, mai più scendere a terra, neanche da morto. Quindi innanzitutto vi ammannisco la cena preparata da Battista, la sorella di Cosimo, che innescò il litigio sfociato in tale inusitata decisione: zuppa bavosa di lumache e pietanza di lumache. Anche questo schifido menù, peraltro, costituiva un’estrema ribellione e un’estrema protesta, e così pure tutti i suoi antefatti. Cioè: crostini al paté di fegato di topo, torta decorata a mosaico con zampe posteriori di cavalletta, codini di porco fritti come se fossero ciambelle, porcospino cotto intero con tutte le sue spine, bigné decorati ognuno da una molle testa di lumaca conficcata in uno stecchino, cosicché sembrassero, tutti insieme, uno stormo di piccolissimi cigni.
Mi scuserà la buonanima di Calvino per l’uso decisamente trash che ho fatto del suo libro. Di solito, intorno alla seconda media, i prof lo danno da leggere come compito estivo ai ragazzi, che così imparano a odiarlo. Errore. Il barone rampante è bellissimo, soprattutto da grandi.
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