Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio di Novembre 2005

27 Novembre 2005

Rottura di marroni

Molte pasticcerie vendono a prezzi di saldo i marron glacé che si sono spaccati durante la laboriosa preparazione ma in Piemonte, con pudore tipicamente locale, evitano di esporre sul banco questa merce di seconda scelta. Il più delle volte accanto agli esemplari ben riusciti e al relativo prezzo si vede il cartellino “Spezzati”, e la cifra.Tuttora si ride di un famoso negozio torinese in cui per un certo periodo, parecchi anni fa, comparve l’annuncio “Marroni rotti”. Questi si sono spinti un passo più in là
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Ventinove euro al chilo. Non so voi: io ne trovo tutti i giorni a quintalate, assolutamente gratis.
Ringrazio mia figlia Irene che ha fatto la foto col cellulare.

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24 Novembre 2005

Agnello italiano in salsa televisiva inglese

Le tortuose vie che si dipartono dalla funzione “Inoltra” di Outlook Express hanno fatto pervenire anche nella mia casella di posta elettronica un’email carica di disapprovazione a proposito di una trasmissione televisiva inglese dedicata alla cucina. Vi si legge che, durante una delle ultime puntate, un celebre cuoco ha sgozzato un agnello in diretta tv dall’Italia, e per la precisione da un paese delle Marche. La notizia è comparsa in questi termini su un quotidiano on line. Nel sito internet del cuoco, la sezione del forum dedicata al suo viaggio culinario in Italia è diventata all’improvviso affollata e rovente dall’agnello in poi, ovvero dal 12 novembre.
Scusate: io sto dalla parte del cuoco. Si suol dire e pensare che è del tutto naturale mangiare la carne, ma quanti aficionados della bistecca distolgono inorriditi lo sguardo già solo dal camion frigo che consegna i quarti di vitello al negozio sottocasa. Trovo disgustosamente ipocrita il modo in cui non si vuole vedere sapere nulla che abbia a che fare con la macellazione. Soltanto chi, come quel cuoco, ha il coraggio di uccidere un agnello ha anche tutto il diritto di cucinarlo e mangiarselo. Chi l’agnello lo mangia soltanto, almeno abbia il buon gusto di non indignarsi perché sulla tv inglese lo si è visto morire.
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16 Novembre 2005

Al ristorante con la toga

E’ trendy, mi dicono, andare al ristorante vestiti da antichi romani (1, 2, 3, 4), anche se non posso fare a meno di chiedermi dov’è il confine fra la carnevalata d’epoca e la storia, che in my humble opinion è e resta una cosa seria. Comunque una cosa seria è, o dovrebbe essere, questa ricostruzione di un banchetto degli antichi romani, tenuta a battesimo dal Gruppo archeologico napoletano. Si svolge domani, giovedì, all’ Herakles Taberna Vinaria di Ercolano, prezzo 30 euro, con piatti tratti dal ricettario di Apicio e provvisti dell’originario nome latino.
Vabbè. A furia di assaggiare e riprovare, pare si ottengano ottimi risultati sulla base delle ricette dell’antica Roma. Ma vogliamo guardarci dentro, a questi piatti di Apicio che saranno serviti a Ercolano? Salsa “cattabia”. Ingredienti: pepe, menta, formaggio, pinoli, miele, aceto, tuorli d’uovo, cocomero, capperi, fegato di gallina, salsa liquamen (un nome, una garanzia) che era a base di interiora di pesce fermentate. Colore scuro, sapore acuto, odore acre e sul resto caliamo un pietoso velo. “Patina cotidiana” (qui, paragrafo 15) che suonerebbe come “piatto quotidiano” e che vorrebbe essere un antenato delle mai abbastanza lodate lasagne. Solo che al posto del ragù e della besciamella c’era una mistura costituita da: uova, il summenzionato liquamen, vino passito, olio, trito pollo, pesce e mammella di scrofa.
Al momento del dessert, la cena d’epoca di Ercolano consente di respirare con la “cassata di Oplonti”, ricetta ispirata ad un dolce affrescato in una villa patrizia. Ispirata, e menomale, perché così ci saranno dentro frutta secca cotta nel miele, ricotta e frutta fresca. I dolci di Apicio erano: datteri snocciolati, riempiti di pepe (o di noci tritate, o di pinoli), fritti nel miele cotto e cosparsi di pepe. Oppure sedani ammollati nel latte, passati a cuocere in forno, cosparsi di miele e serviti caldi. Se qualcuno vuol favorire…
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11 Novembre 2005

L’insostenibile lentezza del pesce

Il concetto è assolutamente condivisibile: pescare senza saccheggiare. Ma il modo in cui lo dicono, ci vogliono almeno tre Alka Seltzer per digerirlo. Vedete un po’ voi: “Slow fish. Salone del pesce sostenibile”. Si apre oggi, venerdì, a Genova. Lo “slow”, altrimenti detto “lento”, non significa quasi più niente e così lo si accosta tranquillamente al lardo di Colonnata e, da Rockpolitik in poi, anche a un tedesco che guida la Ferrari senza imparare l’italiano. Ora, apprendiamo, è applicabile anche al fish, il quale deve altresì essere sostenibile: un aggettivo che è diventato molto di moda da quando ha perso qualsiasi riferimento all’originario “tener su” ed è passato ad indicare tutto ciò che non reca in sé il germe della distruzione planetaria. Negli ambienti che apprezzano siffatta versione del sostenibile, anche il tavolo ha cambiato significato ed è molto di moda: non ha più le quattro regolamentari gambe, è di solito “di concertazione” e designa persone che cercano una strategia comune utilizzando l’originale metodo di portare acqua ciascuno al proprio mulino. Così pure la cabina, munita della specificazione “di regìa”, è passata ad indicare colui che dà gli ordini, celando nel contempo ogni riferimento all’antipatico atto del comandare.
Del titolo dato al Salone di Genova resta a questo punto il pesce. Almeno avrà pinne squame branchie? Mica detto. In “Pancreas. Trapianto del libro Cuore”, Giobbe Covatta riporta una variegata sequela di insulti napoletani (qui, a pagina 46) fra cui anche “sfogliapesce”, e in nota ne dà la traduzione per i non bilingue: “Colei che ha l’abitudine di ridurre il pesce in sfoglie sottili”. Una nota alla nota precisa che il pesce in questione non ha nulla a che vedere con i prodotti ittici: “infatti i secondi, congelati, sono commestibili; il primo, anche solo freddino, non è utilizzabile”.

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5 Novembre 2005

Dalla parte delle galline

Di nuovo sull’argomento del 18 ottobre. Ora che andiamo nel panico ad ogni starnuto di pollo (e in effetti non è che ci sia poi molto da ridere), torna di moda un’affermazione del buon vecchio Ludwig Feuerbach: l’uomo è ciò che mangia. Lui lo diceva in un contesto di intransigente materialismo; vegetariani e vegani lo ripetono pensando all’immateriale concetto dei diritti di ogni essere vivente e sottolineano che, riducendo il nostro stomaco ad un cimitero, accumuliamo dentro di noi le sofferenze di vitelli, maiali e polli (broiler, se preferite: in questo blog il 19 ottobre) ingrassati e ammazzati in modi che nessuno augurerebbe al suo peggior nemico, e per tutta la vita imbottiti di farmaci perché costretti ad esistere in condizioni così penose che la natura imporrebbe una pietosa e contagiosa morte di massa, se l’allevatore non facesse di tutto di più per impedirlo.
Se proprio vogliamo mangiare un pollo, prima permettiamogli di vivere bene. Non temeremo che ci faccia etciù davanti al naso, e con ogni probabilità sarà anche più buono.
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