Metacibica

Ognitantile di arte e varia umanità

Archivio di Ottobre 2005

31 Ottobre 2005

Un tappo di troppo

Per caso, e soprattutto per sbaglio, sono finita l’altro giorno in un wine bar, ovvero in un’osteria il cui cliente medio è dotato di videofonino ultimo modello ed è in grado di dire con somma naturalezza e senz’ombra di ironia, mentre assaggia le sedicenti sfiziosità alimentari disposte sul bancone, che ha fatto le analisi del sangue scoprendo di avere il polistirolo un po’ troppo alto. E’ da lui ho sentito per la prima volta il vocabolo “bouchonnée”, adoperato laddove mio nonno diceva che il vino sa ‘d nata e tutti gli altri dicono che sa di tappo. Al signore del bouchonnée e del polistirolo regalo un gavte la nata, piemontesissima esortazione più volte pronunciata da Jacopo Belbo nel “Pendolo di Foucault” di Umberto Eco. E regalo anche la spiegazione tratta dallo stesso libro: “gavte la nata – cioè: levati il tappo. Si rivolge a chi è troppo enfiato di sé. Pare che questa condizione posturalmente abnorme sia dovuta alla presenza di un tappo che si porta infitto nel sedere. Basta rimuovere questo tappo che pffffff, si ritorna a condizione normale”.
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28 Ottobre 2005

Halloween, sale in zucca

Ci sonno due tipi di arte. L’arte praticata da appositi incaricati, detti appunto artisti, e l’arte del fai da te che noi tutti pratichiamo. Ad essa vorrei dedicare questo post O.T. dal momento che lunedì 31 è Halloween, occasione nella quale i ragazzini si esercitano (e soprattutto fanno esercitare i genitori) in orrifici fai da te per dare un tocco personalmente orrifico alle loro feste. Ovvero: il tentativo annuale di mettere del sale nella solita zucca. Ebbene, ho appreso che l’ultima moda (ultima per quel che so: magari è la penultima o la terzultima) è servire grandi contenitori di succo di frutta rinfrescato con molto ghiaccio ottenuto gelando nei guanti da chirurgo altro succo di frutta, possibilmente rosso o verdolino, così che si finisca per bere il percolato delle gelide mani spettrali vaganti nel recipiente. Poi si guarda una videocassetta noleggiata per l’occasione, tipo The Ring, nella quale di regola non si mangia e non si beve neppure una volta. Cibo e bibite non si addicono ai fantasmi né agli incubi. Semmai, ad Halloween li fanno venire.
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26 Ottobre 2005

Il sapore di Harry Potter

Ora che il quarto film sta per uscire anche in italiano, attraverso il messenger di mia figlia sono piovute in casa, da non meglio definita fonte, le ricette di Harry Potter. Per quel che ricordo, non c’è una sola riga nei libri della Rowling (ebbene sì, li ho letti tutti) che spieghi cosa c’è dentro la burrobirra. Un libro (al contrario di un film, dove l’immagine rende esplicito e oggettivo ogni dettaglio) lascia al lettore uno spazio assolutamente individuale e creativo: non tutto può essere messo per iscritto, e ciò che non è scritto ciascuno se lo deve immaginare, come se scrivesse soltanto per se stesso un altro libro dentro il libro che legge. I film tratti dai romanzi famosi producono quel triste fenomeno per cui la Rossella O’Hara del libro della Mitchell ha invariabilmente il volto della Vivien Leigh cinematografica (1, 2, 3): però se non altro finora al cinema gli odori e i sapori bisognava immaginarseli. Adesso la ricette della burrobirra toglie alla fantasia personale anche questo spazio, e ci ficca dentro una mistura, orrore!, di birra e panna scaldate. Risparmio i dettagli: è davvero meglio immaginare.
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21 Ottobre 2005

Ricordando Petronilla

Mi è capitato di sfogliare un forum di cucina. Fra la foto della mousse di formaggio al brandy e un sos per l’autentica ricetta del polpettone in sfoglia ho trovato questo, lo sfogo O.T. di Chicca: fatti i conti del mese, ha realizzato che un solo stipendio non basta nemmeno per pagamenti e spese obbligate. Otto, diconsi otto, pagine di risposte: tutti più o meno nella stessa situazione.
Penso a Petronilla e alle sue ricette pubblicate negli Anni Trenta e Quaranta. Anni di crisi economica feroce, anni grami di guerra: Petronilla si premurava di precisare che i suoi piatti erano “di poca spesa” e di sottolineava persino il modico consumo del gas.
Tengo in gran conto le “Ricette di Petronilla”, volumetto ingiallito e coi fogli staccati che ho ereditato da mia nonna, ma non lo uso mai. A quei tempi, con un solo stipendio bisognava tirare la cinghia, ma si poteva fare un ottimo pranzo spendendo poco e cucinando molto, perché in tutte le case c’era una persona che aveva il tempo di spignattare per ore e ore. Adesso per fortuna anche le mamme lavorano. E purtroppo uno stipendio non basta neanche per pagamenti e spese obbligate. E’ diminuito il potere d’acquisto: ma quello non è il mio vero potere.
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19 Ottobre 2005

Metti un’iguana a cena

Per ragioni tutte mie sto interessandomi di Cristoforo Colombo e del fatidico 1492. Così mi è capitato fra le mani il resoconto di un banchetto cui parteciparono gli spagnoli e gli indigeni taino, prima che le cose degenerassero e che iniziasse il genocidio. Fu servito quello che secondo i taino era “il migliore e il più delicato cibo che si possa trovare, e cibo da signori”, ossia un’iguana lessa. Gli spagnoli, dopo una certa qual perplessità iniziale, ne furono entusiasti, e infatti è andata perduta moltissima parta della cultura taino, ma non il loro modo di cucinare un’iguana. Ossia: sventrarla, squamarla, lavarla, metterla in un recipiente di terracotta con poca acqua e un po’ di peperoncino rosso (altro elemento della cultura taino giunto fino a noi, e con ben maggior fortuna dell’iguana lessa), farla bollire lentamente su un fuoco di legno profumato che non faccia fumo. Mentre si abbuffavano di iguana, gli spagnoli commentarono che “la soavità di questa carne passava di gran longa quella dei pavoni, fagiani e pernici”. Posto qui, a beneficio del mio amico appena tornato da Monaco di Baviera che non riesce a superare lo shock culturale prodottogli da una “pizza al minestrone” trovata nel menù (in italiano) di una locale pizzeria.
(per chi ama i dettagli: il banchetto con l’iguana è in “De orbe novo” di Pietro Martire d’Anghiera)
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18 Ottobre 2005

Dalla parte delle galline

“Gli uccellatori tendono contro di voi lacci, trappole, panie, cappi, archetti, reti, tagliole. Vi catturano in massa e vi vendono, e altri uomini vi palpano e vi acquistano. E vi imbandiscono arrostiti con formaggio grattugiato, olio, salvia, aceto, e fatta una salsa dolce e grassa la spalmano ben calda sui vostri cadaveri”. La ricetta è tratta da una commedia di Aristofane, Uccelli. Sono andata a cercarla, visti i tempi e le notizie. Se avessi tempo, leggerei il manuale per l’allevamento di galline e polli contenuto nel Rerum Rusticarum di Varrone (è qui, se a qualcuno l’idea garba), nell’assoluta certezza che non consigliava di di ammassarli fino alla densità di 10-15 per metro quadrato nè di nutrirli con mangimi in cui entrano anche proteine animali e oli esausti.
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16 Ottobre 2005

La mela marcia

Questione di gusti, ma non è che io apprezzi particolarmente il Caravaggio, al quale è intitolata una mostra inaugurata ieri a Milano. Non lo apprezzo, salvo per un importantissimo dettaglio: la mela marcia nella Cena di Emmaus, uno dei quadri esposti. Sul tavolo della locanda al quale il Cristo Risorto cena in incognito con due discepoli c’è in primo piano un cesto di frutta, nel quale spicca una mela che, a ben guardare, è butterata dal baco: neanche i più puri cultori del biologico ad oltranza la vorrebbero, così minata dalla putredine e dalla morte. Quella mela riassume un secolo, il Seicento allora appena iniziato, nel quale il pensiero dell’inevitabile morte era parte quotidiana della vita, e la rendeva più piena e consapevole. Noi, scacciando il pensiero, non immaginiamo neanche quel che ci perdiamo. E così al supermercato evitiamo come la peste una mela appena un po’ tocca.
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15 Ottobre 2005

Cibi e musei

In occasione della Giornata mondiale dell’elimentazione, ingresso gratuito domani, domenica, in 50 musei (qui l’elenco), fra cui quelli che ospitano le mostre della rassegna “Cibi e sapori nell’Italia antica”.
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14 Ottobre 2005

Il cocomero ornamentale

No per favore, le sculture di anguria no. Eppure non solo esistono (vedi 1, 2, 3), ma sono di moda, e soprattutto sono molto apprezzate: da una rivista (Focus, settembre 2005, pag.74-75) apprendo che un cuoco giapponese si è specializzato nel settore, e riesce a realizzare non solo i fiori, ma anche ballerini di tango, gru, tartarughe portafortuna, nonché di tutto e di più. Le angurie scolpite sono da guardare e non da mangiare, e dunque dovrebbero essere le benvenute in questo blog in cui si parla del cibo al di là della sua funzione meramente manducatoria. Invece i cocomeri ornamentali mi danno fastidio, mi mettono inquietudine. Mi ricordano i passi della Cena di Trimalcione nel Satyricon di Petronio (qui per autore, testo latino e traduzione) in cui il padrone di casa, Trimalcione appunto, vanta le imprese del suo capocuoco che sapeva dare a una vulva di scrofa l’aspetto di un pesce, e a un pezzo di lardo quello di un colombo selvatico. Solo che Trimalcione, il suo banchetto e la sua summenzionata vulva di scrofa rappresentano, nel Satyricon, la caricatura del lusso, la parodia del buongusto, l’incarnazione della pretenziosità ridicola. Invece noi ci togliamo il cappello davanti all’anguria scolpita.
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13 Ottobre 2005

Cucinato ad arte

Titolo e sottotitolo di questo blog dicono già tutto: qui si parla del cibo al di là della sua funzione manducatoria. Ovvero: tutto quello che è cucinato ad arte nella letteratura e nella pittura. Ma anche nella storia, al cinema, sui giornali e in tv.
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